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Artisti della carità: le parole di don Paolo Vagni

20 maggio 2019
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Artisti della carità: le parole di don Paolo Vagni

Il convegno Caritas sul tema dei giovani dal titolo Artisti della carità è stato un profondo e interessante momento di confronto e di riflessioni, che ci piace condividere con voi, per chi c’era e soprattutto chi non c’era. Il nostro cammino in direzione dei giovani prosegue con più forza e più conoscenza, ora.

Per questo riporteremo lunghi estratti della parole di don Paolo Vagni, anima del convegno, e alcune testimonianze di ragazzi che hanno scelto di aprirsi ai partecipanti e raccontare di sé.

Don Paolo Vagni

Don Paolo ha spaziato sul tema partendo proprio da quello che ha letto sui giovani negli ultimi periodi, citando grandissimi autori della storia antica. “La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, si burla dell’autorità e non ha alcun rispetto degli anziani. I bambini di oggi sono dei tiranni, non si alzano quando un vecchio entra in una stanza, rispondono male ai genitori, in una parola sono cattivi”, diceva Socrate, oppure “Non c’è più alcuna speranza per l’avvenire del nostro paese, se gioventù di oggi prenderà il potere domani, poiché questa gioventù è insopportabile, senza ritegno, terribile” sosteneva Esiodo ancor prima di lui. Ma andiamo ancora più indietro e scopriamo che un sacerdote dell’Antico Egitto affermava che “Il nostro mondo ha raggiunto uno stadio critico, i ragazzi non ascoltano più i loro genitori, la fine del mondo non può essere lontana” e un’incisione su un vaso d’argilla dell’Antica Babilonia, nel 3000 a.C., diceva “Questa gioventù è marcia nel profondo del cuore, i giovani sono maligni e pigri, non saranno mai come la gioventù di una volta, quelli di oggi non saranno capaci di mantenere la nostra cultura”. Parole non proprio belle né rassicuranti, per spiegare che l’educazione è da un bel po’ di tempo che è un problema. Don Paolo ha voluto cominciare così il colloquio, perché “siamo qui per camminare insieme, nell’educare i giovani al servizio verso gli altri”.

Anzitutto la domanda scontata che un giovane si potrebbe fare è: Perché fare servizio? Rispondo con l’ultima lettera dopo il Sinodo dei giovani di Papa Francesco, con le sue parole fortissime: Siamo chiamati dal Signore a partecipare alla sua opera creatrice, offrendo il nostro contributo al bene comune sulla base delle capacità che abbiamo ricevuto. Questa vocazione missionaria riguarda il nostro sevizio agli altri. Perché la nostra vita sulla terra raggiunge la sua pienezza quando si trasforma in offerta… è qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi.

Il servizio, oltre a fare del bene, permette di non distruggermi. Molti di noi hanno sperimentato questo sulla propria pelle, hanno sperimentato come servire ci tiri fuori dal nostro egocentrismo, ci faccia vedere noi stessi da un altro punto di vista, ci faccia guardare gli altri con uno sguardo nuovo. Servire ci salva, noi non salviamo nessuno. Chi crede di salvare qualcuno facendo servizio dovrebbe farsi un bell’esame di coscienza e purificare la propria sicurezza farisaica.

Noi adulti dobbiamo chiederci come poter aiutare i nostri ragazzi. Proprio perché il servizio è così importante e sa donarci uno sguardo nuovo. Oltre alle mie parole oggi avremo il dono di avere quattro testimonianze di giovani che hanno fatto esperienza di servizio e ci aiuteranno a vedere anche con i loro occhi.

Viviamo un momento storico unico, in migliaia di anni, in cui i giovani sono schiacciati tra un’infanzia ritenuta perfetta, che vede bimbi osannati e intoccabili, e una età adulta che non arriva mai, perché gli adulti invidiano tutto dei giovani e non mostrano loro come si fa l’adulto, piuttosto fanno a gara a chi è più giovane. Il giovane si trova bloccato lì. Fino a qualche decennio fa, e per millenni, il giovane sapeva che sai doveva diventare, guardava i genitori, guardava i nonni come esempio per la vita. In 50 anni c’è stato uno stravolgimento e un nipote oggi non crede proprio che farà il lavoro del nonno, tranne in rari casi, non lo vede come un esempio di vita, gli vuole bene ma si accorge che tutte le cose importanti per lui, ora, il nonno non le ha.

Quando si parla dei giovani e del servizio in parrocchia in genere, e quindi anche in Caritas, si sentono spesso le stesse frasi: Dove sono i giovani? Noi non ce la facciamo più e abbiamo bisogno che facciano loro; Non è possibile collaborare con i giovani, magari iniziano ma poi non sono capaci di mantenere un impegno; È inutile, quando c’è da faticare i giovani non ci sono, hanno altro da fare; Don Paolo, perché non chiedi ai giovani di fare servizio? Cos’hanno da fare? Sprecano tanto tempo; Ai tempi miei non c’era neanche bisogno di chiederlo, già capivamo da soli che c’era bisogno; Ai tempi miei eravamo più abituati a fare sacrifici e fare servizio era normale.

Sono frasi a metà tra il serio e la parodia. Sinceramente, chi di noi almeno una volta non ha pensato in questo modo? La cosa incredibile è che il ritornello “ai tempi miei” ormai si

sente anche tra i giovani. Qualche giorno fa un giovane di 20 anni mi parlava male delle nuove generazioni perché non è più come quando era adolescente lui: è una dinamica che ci fa sentire meglio, ci fa prendere le distanze da ciò che non funziona, scaricando la colpa sugli altri.

Servire ha molto spesso un ritorno affettivo fortissimo e ci si può ingannare. Educare al servizio è mostrare che servire non è pretendere. Noi adulti dobbiamo fare un esame di coscienza, dobbiamo chiederci: Cosa chiedo io al servizio? Come guardo le persone intorno a me? Non parlo solo del servizio, ma di tanti altri ambiti. Cosa cerco? Cosa pretendo?

Qual è l’orizzonte a cui si accompagna un giovane che cresce nel servizio? Che la vita è bella, affascinante, che è giusto sognare, soprattutto nell’adolescenza, ma che in fondo la vita è una lotta quotidiana. Tra cosa? Tra il bene e il meglio che puoi scegliere.

Crescere è sapere che nessuno si possiede né si possiederà mai perfettamente. È mostrare come affrontare il rischio per superare un ostacolo. Quanto manca questo oggi… Ma non solo nei giovani, manca in tutti. Ogni tensione è da eliminare, per cui ogni piccolo problema è da spegnere. Siamo preoccupati di evitare la fatica. No!!! Ogni tensione è da cavalcare, dobbiamo scenderci dentro! Viviamo nella società della pace e ormai ci siamo illusi che il confort interiore ed esteriore ci faccia stare bene. Siamo anche la società delle anestesie o degli psicofarmaci, utili per spegnere le tensioni. Quanto questo si riversa nel servizio ai poveri e ai bisognosi? Quanto, nel nostro servizio, noi siamo coloro che tolgono le castagne dal fuoco, piuttosto che quelli che restano accanto mentre chi seguiamo impara ad affrontare il problema? Stare di fronte a una persona che soffre e non potergli risolvere il problema è davvero difficile. Di fronte a una persona che soffre noi o gli risolviamo il problema o gli diamo la colpa della sua e della nostra sofferenza.

I giovani vivono in questa cultura e se si avvicinano a un centro Caritas e trovano il solito meccanismo non ne sono attratti, se non per un tempo limitato, poi se ne vanno. Stiamo capendo che educare i giovani al servizio è esigente perché chiede per prima cosa una nostra conversione. Esigente è stare al mondo, affascinante ed esigente. Perché? Perché non ci possiamo permettere di guardarci e di guardare i giovani con uno sguardo banale. Troppo spesso il nostro sguardo è banale e superficiale, non tiene conto del mistero che ci abita e del mistero che abita la vita dei giovani. Noi, uomini e donne, per fede siamo capaci di farci abitare da Dio stesso: come possiamo pretendere di esaurire con delle banali regolette questo mistero? A questa lotta quotidiana, quella di ricordarci che ci abita il mistero di Dio, possiamo accompagnare un giovane. Questo non ci farà sedere mai, non ci farà accontentare mai, non ci farà scoraggiare davanti ai nostri continui fallimenti.

Ecco, vorrei dare ora tre coordinate, tre situazioni favorevoli per stare a fianco ai giovani:

  1. situazione di presenza.

Educare è esserci, dare sicurezza, risposta. È permettere un equilibrio, è accompagnare a risolvere un problema. È la presenza di qualcuno che è lì con te mentre tu affronti il problema, è la presenza rassicurante della mamma mentre il bimbo impara a cavarsela da solo. È la presenza di un Dio che si fa sentire e non abbandona.

Ci sono dei momenti di accompagnamento in cui il giovane ha bisogno di sentire che ci sei, che non te ne vai. Tutti abbiamo bisogno di questa situazione, ma in particolare i giovani, non perché gli adulti non ne abbiano bisogno ma purtroppo hanno imparato a far finta di non sentire, anestetizzando la paura di non avere nessuno vicino.

  1. situazione di assenza

Non basta la presenza, sarebbe un approccio un po’ mammone. Nell’educare serve una situazione di assenza, di bisogno, di domanda. Serve sperimentare un disequilibrio interiore, segnato dal non avere, dal non essere, dalla mancanza, dalla negatività, a volte anche dalla violenza. Quel no incontrato da un bambino sulla sua strada, l’attesa e il vuoto come risposta, la distanza tra le aspettative ideale e la realtà, il fallimento, la sconfitta, il silenzio alle domande. Ciò che permette lo sviluppo di una persona è non avere le armi per affrontare una situazione e per questo trovarsi obbligati a crescere. Il bambino che non cammina, se dà retta solo alla presenza rassicurante della mamma, non imparerà mai. Nel momento in cui lascia volare il desiderio di esplorare inizia ad allontanarsi e cammina.

  1. situazione di trasformazione

Ecco il momento della crescita, quando si sviluppa una domanda ulteriore, quando non basta la vita agiata di un giovane che ha tutto, non basta neanche la vita terrena e si sente il bisogno di qualcosa che lo faccia sentire eterno. La sintesi tra presenza e assenza, tra equilibrio e squilibrio, favorisce la ricerca più profonda. Qui emerge il mistero che abita la vita di un giovane e di ciascuno, si apre un nuovo orizzonte. C’è ansia perché non si sa verso dove, c’è lotta perché il giovane sperimenta la resistenza a cambiare, ha paura di non avere più tutto sotto controllo. Trasformarsi, crescere, è perdere il controllo delle cose per come vogliamo noi, e vedere che si può vivere lo stesso. Il controllo che adulti e giovani hanno sulle cose, sui progetti, sui luoghi, sono un ostacolo alla crescita. Derivano da una paura profonda e antica ma il passo di crescita attraversa la perdita del controllo.

Vorrei chiudere con la citazione di un autore a me caro, Padre Franco Imoda. Queste parole sono un augurio per adulti e giovani, nel vivere il servizio e nell’accompagnare i giovani, nel servizio in Caritas ma nella Pastorale tutta: “Trasformazione implica un sorgere di nuove forme e una perdita di forme precedenti. L’economia dello sviluppo coinvolge una economia di redenzione dove per trovare e per trovarsi, si deve perdere e perdersi”.

Testimonianze dei giovani

Mi chiamo Sonia, ho 31 anni e lavoro in uno studio di consulenza del lavoro a Senigallia. Di questi 31 anni, 16 ne ho vissuti a servizio dei ragazzi, giovanissimi e giovani nell’Azione cattolica. Tra le cose importanti della mia vita, ne spiccano due: il matrimonio con Francesco (agosto 2016) e la nascita di Maddalena (settembre 2018).

Questi avvertimenti non sono importanti solo perché loro rappresentano la mia famiglia e fanno la mia vita ma sono importanti perché sono maturati rispettivamente nel pieno del triennio da vice GV diocesana di AC e nel pieno del triennio come consigliere nazionale per il SG di AC. Questo per dire che le cose importanti della vita sono maturate negli anni in cui ho svolto servizi esigenti, che mi hanno preso e mi prendono molto tempo e che il servizio ha dato vita alla mia vita. In questi anni non ho fatto altro che desiderare per tutti i GV che potessero vivere quello che ho vissuto e sto vivendo io.

Oggi ripercorrendo questi anni, riconosco tre passaggi importanti che un giovane vive nel servizio:

  1. l’invito al servizio. Avere cura del giovane significa avere a cuore la sua vita e non il posto vacante da coprire. Se è vero che nel servizio il giovane trova la vita, non possiamo preoccuparci di piazzare il giovane dove serve ma è importante coinvolgere il giovane e valorizzare i suoi talenti
  2. accompagnare al servizio. Aiutare i giovani a scoprire che i talenti sono donati per essere messi a frutto dunque che la vita è servizio. Capire insieme al giovane a chi/che cosa vuole dedicare la sua vita.
  3. educare al servizio. Far comprendere che al servizio dedico il tempo migliore, non gli scarti, perché nel servizio è la vita, non altrove. La persona è una, le dimensioni (fede, lavoro, servizio, etc) sono integrate… Tutto è vita.

Se penso al binomio giovane-servizio dunque la posta in gioco è alta. È molto più che mettere una pezza, chiudere un buco, trovare qualcuno per una cosa che c’è da fare.

Papa Francesco dice che i giovani sono l’adesso di Dio. Non sono il futuro, sono il presente. Ed è per le loro mani e la loro vita che passa il regno di Dio nel mondo.

 

Marianna

Se devo raccontare la mia esperienza di carità, parto da un incontro. Un incontro strano, che mi ha cambiata profondamente. Un incontro di pochi minuti e con poche parole, ma che mi è arrivato dritto al cuore e ho capito in quel momento che non potevo rimanere immobile di fronte a questo. Chi ho incontrato? Due ragazze di 15 anni, nigeriane, che si stavano prostituendo nel lungomare di Pescara.

Era un venerdì sera e quel giorno, assieme a una mia amica, ero andata con l’unità di strada della Papa Giovanni di Chieti. Un’attività che loro fanno tutti i venerdì sera, ma quello per me è stato l’inizio di un cammino. Quella sera mi sono sentita toccata profondamente e ho sofferto per loro. Quell’inquietudine non mi ha dato pace e ha fatto sì che nascesse in me la volontà di buttarmi in esperienze che potessero farmi amare l’altro che vive una difficoltà, una povertà, una solitudine.

Di lì a poco iniziavo il servizio civile con la Caritas, ma la sede del mio servizio era la Casa della gioventù, quindi non proprio a contatto con la povertà diretta ma comunque l’oggetto della formazione era l’attenzione agli ultimi. In quell’occasione c’era la possibilità di scambiare sede di servizio con gli altri ragazzi del servizio civile per una settimana e lì ho scoperto la bellezza di un’altra povertà: quella con gli anziani, spesso lasciati soli dalle famiglie, deboli ma con tanta voglia di parlare e di essere ascoltati e innamorati dei giovani.  Per un periodo ho provato a fare da collegamento per esperienze di volontariato all’Opera Pia, facendo da collante tra i giovani della CDG e la casa di riposo. Veramente un’esperienza che mi riempiva il cuore in maniera profonda.

Nel frattempo mi ero laureata e avevo iniziato a lavorare nel campo dell’economia. Ma era come se appena uscissi di lì dovessi recuperare tutto il tempo che non avevo impiegato nello stare con l’altro. Sentivo dentro di me una frattura forte tra quello che stavo facendo e quello che mi sentivo chiamata a fare. Volevo aiutare gli altri anche in maniera professionale, o comunque dedicare all’altro più tempo possibile, con il desiderio forte di poter vivere anche la mia vocazione a contatto con i poveri.

Ho fatto due scelte forti in quel periodo: iscrivermi a un nuovo corso di studio per poter professionalizzare la mia volontà di stare con i poveri, studiando per diventare assistente sociale, e la decisione di sposarmi con il mio ragazzo.  Nel frattempo abbiamo creato un gruppetto misto tra PG e Caritas per pensare a esperienze di carità che potessero coinvolgere i giovani in prima persona, per poter far sperimentare la quotidianità vissuta fianco a fianco con il povero. Diciamo che, come preparazione al matrimonio, vista la mia volontà di vivere in una casa famiglia, abbiamo vissuto per 7 mesi in una struttura della Caritas, con vicine di casa con un passato molto simile a quelle due ragazze nigeriane che anni prima mi avevano proprio fatto innamorare del prossimo. È stata proprio un’esperienza di grazia grande: scomoda, che mi ha chiamato all’essenzialità e al decentrarmi, che mi ha fatto conoscere la quotidianità di ragazze della mia età ma con un vissuto sicuramente più difficile e una cultura totalmente differente. Un susseguirsi di giornate piene di confusione e la casa piena di bambini mai stanchi. E sicuramente anche la vita comunitaria non è sempre facile, anche con inquilini simili a te, ma è pur sempre un dover rinunciare ad un tuo spazio per lasciare lo spazio all’incontro con l’altro. Un’esperienza che sicuramente mi ha cambiato in profondità, che mi ha fatto aprire gli occhi sulla realtà che ci circonda, che mi ha fatto conoscere in maniera profonda questi migranti, di cui tanto si parla e che sono visti come un male da eliminare. L’unico male da eliminare per me è l’indifferenza!

Solo due cose volevo lasciare per concludere e dare senso a questa mia testimonianza.

La prima è la possibilità che bisogna dare a noi giovani di sentirci protagonisti, e davvero artisti di carità, perché non è vero che tutti i giovani sono svogliati o non sono interessati, è solo che spesso non ci sentiamo ascoltati e coinvolti in prima persona e non riusciamo a sognare e far nostro un mondo che ci aspetta: “Ogni età ha la sua bellezza, e alla giovinezza non possono mancare l’utopia comunitaria, la capacità di sognare insieme, i grandi orizzonti che guardiamo insieme.” (166 Christus Vivit)

La seconda cosa è che la bellezza del donare veramente mi ha fatto vivere la gioia piena ed è stata per me anche un’esperienza molto forte di fede: riconoscere Dio nel povero e riconoscere in questo la pienezza! Riconoscere Dio soprattutto grazie alla fraternità, riconoscerlo nel quotidiano e nella preziosità che ha il fratello che ci sta affianco, sia esso un nostro amico di sempre, o una mamma africana!

 

 

 

 

20 maggio 2019
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